venerdì 18 ottobre 2013

Letta negli USA riceve la conferma dell'investitura a vassallo dell'Impero ed annuncia l'apertura dei saldi.

E Letta pare confermarsi come il miglior piazzista della svendita dell'Azienda Italia. 
In un'intervista al Washington Post il Premier ha annunciato che il governo ha intenzione di procedere con le privatizzazioni annunciate, a partire da Fincantieri e dal 49% di Terna. «Penso che ora i mercati sono pronti a comprare e noi vendere i beni pubblici», ha detto Letta spiegando che tra le società da privatizzare c'è «Fincantieri, per esempio. Venderemo una parte di Terna, che è la rete elettrica nazionale. Naturalmente, non al 100 per cento, ma il 49 per cento. Presenteremo questo piano di privatizzazioni e - ha aggiunto - penso che sarà un passo molto importante». A questo annuncio però è seguita una rettifica. Lo Stato, infatti, ha una partecipazione nell'azionariato del Gruppo Terna attraverso la Cassa Depositi e Presiti pari al 29,85%. In realtà la quota di Terna che il governo vuole collocare sul mercato è pari al 4,9%.
Ma che cos'è Terna?
E' l' operatore che gestisce le reti per la trasmissione dell'energia elettrica.
Attraverso Terna Rete Italia, gestisce in sicurezza la Rete di Trasmissione Nazionale con oltre 63.500 km di linee in alta tensione. Attraverso Terna Plus gestisce le nuove opportunità di business e le attività non tradizionali, anche all’estero. Il Gruppo Terna è il primo operatore indipendente in Europa e il sesto al mondo per chilometri di linee gestite. 

Ma Terna S.p.a. è una società d'eccelenza, oltre che conomicamnte lucrativa, una di quelle che ci invidiano all'estero. (1)
Ma soprattutto è un'azienda strategica perchè controlla la rete elettrica nazionale. Per cui si arriva all'assurdo che si fà di Alitalia e Telecom dell'aziende da tutelare dalla rapacità delle orde di barbari che calano dalle Alpi e dall'altra se ne vende una quota proprio di un'altra ugualmente se non più strategica.
E Fincantieri?
"Fincantieri è uno dei più importanti complessi cantieristici al mondo e ha realizzato oltre 7mila navi nei suoi 200 anni di storia. È leader mondiale nella costruzione di navi da crociera e operatore di riferimento in altri settori, dalle navi militari ai cruise-ferry, dai mega-yacht alle navi speciali ad alto valore aggiunto, alle riparazioni e trasformazioni navali e offshore. Il gruppo, che ha sede a Trieste, conta complessivamente quasi 20mila dipendenti, di cui 8.100 in Italia, 21 stabilimenti in 3 continenti e ricavi complessivi per 4 miliardi di euro." (2)
Inoltre Fincantieri, attraverso la controllata Fincantieri Oil & Gas, ha acquistato quest'anno il 50,75% di STX OSV Holdings Ltd, il più grande costruttore di mezzi di supporto alle attività di estrazione e produzione di petrolio e gas naturale ed è intenzionata ad acquisirne la restante parte. (3)
Quindi il risultato parrebbe che si mantengono aziende decotte e si vendono i gioielli di famiglia. Eppure per Telecom ed Alitalia il problema non sono le società in sè, ma la tutela della linea telefonica nazionale (che si potrebbe scorporare dall'azienda, ormai ridotta all'osso dai privati) ed il mantenimento delle rotte aeree di collegamento senza che siano soppresse a favore di quelle dell'azienda acquirente.

Ma approfondiamo anche altri aspetti della visita di Letta alla corte di Re Obama. 

 

I preziosi doni di Letta a Obama


Note:
(1) Nel 2013 Terna riceve l'"International Utility Award 2013" dell'Edison Electric Institute come migliore tra le utilities europee per rendimento totale del titolo degli ultimi tre anni. Nel 2010 la società aveva ottenuto lo stesso riconoscimento per il triennio 2007-2009. Nel triennio 2010-2012 il rendimento di Terna si è attestato al 24%, contro rendimenti medi del settore e dell’indice italiano negativi (DJ Stoxx -10%, Ftse Mib -21%). (Da wikipedia)
(2) Il Sole 24 Ore, Fincantieri, il gruppo triestino leader mondiale della cantieristica.
(3) Finanza.com,Fincantieri: perfezionato l'acquisto di Stx Osv per circa 455 milioni di euro.

L’industria della menzogna ed i seminatori d'odio: la manipolazione dell'informazione. Ovvero come portare la pecorella all'ovile.

Nella storia dell’industria della menzogna quale parte integrante dell’apparato industriale-militare dell’imperialismo il 1989 è un anno di svolta. Nicolae Ceausescu è ancora al potere in Romania. Come rovesciarlo? I mass media occidentali diffondono in modo massiccio tra la popolazione romena le informazioni e le immagini del «genocidio» consumato a Timisoara dalla polizia per l’appunto di Ceausescu.

I cadaveri mutilati

Cos’era avvenuto in realtà? Avvalendosi dell’analisi di Debord relativa alla «società dello spettacolo», un illustre filosofo italiano (Giorgio Agamben) ha sintetizzato in modo magistrale la vicenda di cui qui si tratta:
«Per la prima volta nella storia dell’umanità, dei cadaveri appena sepolti o allineati sui tavoli delle morgues [degli obitori] sono stati dissepolti in fretta e torturati per simulare davanti alle telecamere il genocidio che doveva legittimare il nuovo regime. Ciò che tutto il mondo vedeva in diretta come la verità vera sugli schermi televisivi, era l’assoluta non-verità; e, benché la falsificazione fosse a tratti evidente, essa era tuttavia autentificata come vera dal sistema mondiale dei media, perché fosse chiaro che il vero non era ormai che un momento del movimento necessario del falso. Così verità e falsità diventavano indiscernibili e lo spettacolo si legittimava unicamente mediante lo spettacolo.

Timisoara è, in questo senso, l’Auschwitz della società dello spettacolo: e come è stato detto che, dopo Auschwitz, è impossibile scrivere e pensare come prima, così, dopo Timisoara, non sarà più possibile guardare uno schermo televisivo nello stesso modo» (Agamben 1996, p. 67). Il 1989 è l’anno in cui il passaggio dalla società dello spettacolo allo spettacolo come tecnica di guerra si manifestava su scala planetaria. Alcune settimane prima del colpo di Stato ovvero della «rivoluzione da Cinecittà» in Romania (Fejtö 1994, p. 263), il 17 novembre 1989 la «rivoluzione di velluto» trionfava a Praga agitando una parola d’ordine gandhiana: «Amore e Verità». In realtà, un ruolo decisivo svolgeva la diffusione della notizia falsa secondo cui uno studente era stato «brutalmente ucciso» dalla polizia. A vent’anni di distanza lo rivela, compiaciuto, «un giornalista e leader della dissidenza, Jan Urban», protagonista della manipolazione: la sua «menzogna» aveva avuto il merito di suscitare l’indignazione di massa e il crollo di un regime già pericolante (Bilefsky 2009). Qualcosa di simile avviene in Cina: l’8 aprile 1989 Hu Yaobang, segretario del PCC sino al gennaio di due anni prima, viene colto da infarto nel corso di una riunione dell’Ufficio Politico e muore una settimana dopo. Dalla folla di piazza Tienanmen il suo decesso viene collegato al duro conflitto politico emerso anche nel corso di quella riunione (Domenach, Richer 1995, p. 550); in qualche modo egli diviene la vittima del sistema che si tratta di rovesciare. In tutti e tre i casi, l’invenzione e la denuncia di un crimine sono chiamate a suscitare l’ondata di indignazione di cui il movimento di rivolta ha bisogno. Se consegue il pieno successo in Cecoslovacchia e Romania (dove il regime socialista aveva fatto seguito all’avanzata dell’Armata Rossa), questa strategia fallisce nella Repubblica popolare cinese scaturita da una grande rivoluzione nazionale e sociale. Ed ecco che tale fallimento diviene il punto di partenza di una nuova e più massiccia guerra mediatica, che è scatenata da una superpotenza la quale non tollera rivali o potenziali rivali e che è tuttora in pieno svolgimento. Resta fermo che a definire la svolta storica è in primo luogo Timisoara, «l’Auschwitz della società dello spettacolo».

«Reclamizzare i neonati» e il cormorano

 

Due anni dopo, nel 1991, interveniva la prima guerra del Golfo. Un coraggioso giornalista statunitense ha chiarito in che modo si è verificata «la vittoria del Pentagono sui media» ovvero la «colossale disfatta dei media a opera del governo degli Stati Uniti» (Macarthur 1992, pp. 208 e 22). Nel 1991 la situazione non era facile per il Pentagono (e per la Casa Bianca). Si trattava di convincere della necessità della guerra un popolo su cui pesava ancora il ricordo del Vietnam. E allora? Accorgimenti vari riducono drasticamente la possibilità per i giornalisti di parlare direttamente coi soldati o di riferire direttamente dal fronte. Nella misura del possibile tutto dev’essere filtrato: il puzzo della morte e soprattutto il sangue, le sofferenze e le lacrime della popolazione civile non devono fare irruzione nelle case dei cittadini degli USA (e degli abitanti del mondo intero) come ai tempi della guerra del Vietnam. Ma il problema centrale e di più difficile soluzione è un altro: in che modo demonizzare l’Irak di Saddam Hussein, che ancora qualche anno prima si era reso benemerito, agli occhi degli USA, aggredendo l’Iran scaturito dalla rivoluzione islamica e antiamericana del 1979 e incline a far proseliti nel Medio Oriente. La demonizzazione sarebbe risultata tanto più efficace se al tempo stesso si fosse resa angelica la vittima. Operazione tutt’altro che agevole, e non solo per il fatto che dura o impietosa era in Kuwait la repressione di ogni forma di opposizione. C’era qualcosa di peggio. A svolgere i lavori più umili erano gli emigrati, sottoposti a una «schiavitù di fatto», e a una schiavitù di fatto che assumeva spesso forme sadiche: non suscitavano particolare emozione i casi di «serbi scaraventati giù dal terrazzo, bruciati o accecati o picchiati a morte» (Macarthur 1992, pp. 44-45). E, tuttavia… Generosamente o favolosamente ricompensata, un’agenzia pubblicitaria trovava un rimedio a tutto. Essa denunciava il fatto che i soldati irakeni tagliavano le «orecchie» ai kuwaitiani che resistevano. Ma il colpo di teatro di questa campagna era un altro: gli invasori avevano fatto irruzione in un ospedale «rimuovendo 312 neonati dalle loro incubatrici e lasciandoli morire sul freddo pavimento dell’ospedale di Kuwait City» (Macarthur 1992, p. 54). Sbandierata ripetutamente dal presidente Bush sr., ribadita dal Congresso, avallata dalla stampa più autorevole e persino da Amnesty International, questa notizia così orripilante ma anche così circonstanziata da indicare con assoluta precisione il numero dei morti, non poteva non provocare una travolgente ondata di indignazione: Saddam era il nuovo Hitler, la guerra contro di lui era non solo necessaria ma anche urgente e coloro che a essa si opponevano o recalcitravano erano da considerare quali complici più o meno consapevoli del nuovo Hitler! La notizia era ovviamente un’invenzione sapientemente prodotta e diffusa, ma proprio per questo l’agenzia pubblicitaria aveva ben meritato il suo denaro.

La ricostruzione di questa vicenda è contenuta in un capitolo del libro qui citato dal titolo calzante: «Reclamizzare i neonati» (Selling Babies). Per la verità, a essere «reclamizzati» non furono soltanto i neonati. Proprio agli inizi delle operazioni belliche veniva diffusa in tutto il mondo l’immagine di un cormorano che affogava nel petrolio sgorgante dai pozzi fatti saltare dall’Irak. Verità o manipolazione? A provocare la catastrofe ecologica era stato Saddam? E ci sono realmente cormorani in quella regione del globo e in quella stagione dell’anno? L’ondata dell’indignazione, autentica e sapientemente manipolata, travolgeva le ultime resistenze razionali.


La produzione del falso, il terrorismo dell’indignazione e lo scatenamento della guerra

La"strage di Racak".
L'inviato del Figaro Renaud Girard fu tra i primi a denunciare l'eccidio di 45 civili albanesi, ma soltanto due giorni dopo pubblicò un secondo articolo denunciando di essere stato "preso in giro dall'Uck" al pari degli altri giornalisti. Poi, anche Le Monde e Liberation hanno smascherato l'inganno, ma troppo tardi .

 

Facciamo un ulteriore salto in avanti di alcuni anni e giungiamo così alla dissoluzione o piuttosto, allo smembramento della Jugoslavia. Contro la Serbia, che storicamente era stata la protagonista del processo di unificazione di questo paese multietnico, nei mesi che precedono i bombardamenti veri e propri si scatenano una dopo l’altra ondate di bombardamenti multimediali. Nell’agosto del 1998, un giornalista americano e uno tedesco «riferiscono dell’esistenza di fosse comuni con 500 cadaveri di albanesi tra cui 430 bambini nei pressi di Orahovac, dove si è duramente combattuto. La notizia è ripresa da altri giornali occidentali con grande rilievo. Ma è tutto falso, come dimostra una missione d’osservazione della Ue» (Morozzo Della Rocca 1999, p. 17).

Non per questo fa fabbrica del falso entrava in crisi. Agli inizi del 1999 i media occidentali cominciavano a tempestare l’opinione pubblica internazionale con le foto di cadaveri ammassati al fondo di un dirupo e talvolta decapitati e mutilati; le didascalie e gli articoli che accompagnavano tali immagini proclamavano che si trattava di civili albanesi inermi massacrati dai serbi. Sennonché:
«Il massacro di Racak è raccapricciante, con mutilazioni e teste mozzate. E’ una scena ideale per suscitare lo sdegno dell’opinione pubblica internazionale. Qualcosa appare strano nelle modalità dell’eccidio. I serbi abitualmente uccidono senza procedere a mutilazioni [...] Come la guerra di Bosnia insegna, le denunce di efferatezze sui corpi, segni di torture, decapitazioni, sono una diffusa arma di propaganda [...] Forse non i serbi ma i guerriglieri albanesi hanno mutilato i corpi» (Morozzo Della Rocca 1999, p. 249).
O, forse, i cadaveri delle vittime di uno degli innumerevoli scontri tra gruppi armati erano stati sottoposti a un successivo trattamento, in modo da far credere a un’esecuzione a freddo e a uno scatenamento di furia bestiale, di cui era immediatamente accusato il paese che la NATO si apprestava a bombardare (Saillot 2010, pp. 11-18).

La messa in scena di Racak era solo l’apice di una campagna di disinformazione ostinata e spietata. Qualche anno prima, il bombardamento del mercato di Sarajevo aveva consentito alla NATO di ergersi a suprema istanza morale, che non poteva permettersi di lasciare impunite le «atrocità» serbe. Ai giorni nostri si può leggere persino sul «Corriere della Sera» che «fu una bomba di assai dubbia paternità a fare strage nel mercato di Sarajevo facendo scattare l’intervento NATO» (Venturini 2013). Con questo precedente alle spalle, Racak ci appare oggi come una sorta di riedizione di Timisoara, una riedizione prolungatasi per alcuni anni. E, tuttavia, anche in questo caso il successo non mancava. L’illustre filosofo che nel 1990 aveva denunciato «l’Auschwitz della società dello spettacolo» verificatasi a Timisoara cinque anni dopo si accodava al coro dominante, tuonando in modo manicheo contro «il repentino slittamento delle classi dirigenti ex comuniste nel razzismo più estremo (come in Serbia, col programma di “pulizia etnica”)» (Agamben 1995, pp. 134-35). Dopo aver acutamente analizzato la tragica indiscernibilità di «verità e falsità» nell’ambito della società dello spettacolo, egli finiva col confermarla involontariamente, accogliendo in modo sbrigativo la versione (ovvero la propaganda di guerra) diffusa dal «sistema mondiale dei media», da lui precedentemente additato come fonte principale della manipolazione; dopo aver denunciato la riduzione del «vero» a «momento del movimento necessario del falso», operata dalla società dello spettacolo, egli si limitava a conferire una parvenza di profondità filosofica a questo «vero» ridotto per l’appunto a «momento del movimento necessario del falso».

Per un altro verso, un elemento della guerra contro la Jugoslavia, più che a Timisoara, ci riconduce alla prima guerra del Golfo. È il ruolo svolto dalle public relations:
«Milosevic è un uomo schivo, non ama la pubblicità, non ama mostrarsi o tenere discorsi in pubblico. Sembra che alle prime avvisaglie di disgregazione della Jugoslavia, la Ruder&Finn, compagnia di pubbliche relazioni che stava lavorando per il Kuwait nel 1991, gli si presentasse offrendo i suoi servizi. Fu congedata. Ruder&Finn venne assunta invece immediatamente dalla Croazia, dai musulmani di Bosnia e dagli albanesi del Kosovo per 17 milioni di dollari all’anno, per proteggere e incentivare l’immagine dei tre gruppi. E fece un ottimo lavoro!

James Harf, direttore di Ruder&Finn Global Public Affairs, in un’intervista [...] affermava: “Abbiamo potuto far coincidere nell’opinione pubblica serbi e nazisti [...] Noi siamo dei professionisti. abbiamo un lavoro da fare e lo facciamo. Non siamo pagati per fare la morale”» (Toschi Marazzani Visconti 1999, p. 31).

Veniamo ora alla seconda guerra del Golfo: nei primi giorni del febbraio 2003 il segretario di Stato USA, Colin Powell, mostrava alla platea del Consiglio di Sicurezza dell’ONU le immagini dei laboratori mobili per la produzione di armi chimiche e biologiche, di cui l’Irak sarebbe stato in possesso. Qualche tempo dopo il primo ministro inglese, Tony Blair, rincarava la dose: non solo Saddam aveva quelle armi, ma aveva già elaborato piani per usarle ed era in grado di attivarle «in 45 minuti». E di nuovo lo spettacolo, più ancora che preludio alla guerra, costituiva il primo atto di guerra, mettendo in guardia contro un nemico di cui il genere umano doveva assolutamente sbarazzarsi. Ma l’arsenale delle armi della menzogna messe in atto o ponte per l’uso andava ben oltre. Al fine di «screditare il leader iracheno agli occhi del suo stesso popolo» la Cia si proponeva di «diffondere a Bagdad un filmato in cui veniva rivelato che Saddam era gay. Il video avrebbe dovuto mostrare il dittatore iracheno mentre faceva sesso con un ragazzo. “Doveva sembrare ripreso da una telecamera nascosta, come se si trattasse di una registrazione clandestina». A essere studiata era anche «l’ipotesi di interrompere le trasmissioni della televisione irachena con una finta edizione straordinaria del telegiornale contenente l’annuncio che Saddam aveva dato le dimissioni e che tutto il potere era stato preso dal suo temuto e odiato figlio Uday» (Franceschini 2010).

Se il Male dev’essere mostrato e bollato in tutto il suo orrore, il Bene deve risultare in tutto il suo fulgore. Nel dicembre 1992, i marines statunitensi sbarcavano sulla spiaggia di Mogadiscio. Per l’esattezza vi sbarcavano due volte, e la ripetizione dell’operazione non era dovuta a impreviste difficoltà militari o logistiche. Occorreva dimostrare al mondo che, prima ancora di essere un corpo militare di élite, i marines erano un’organizzazione benefica e caritatevole che riportava la speranza e il sorriso al popolo somalo devastato dalla miseria e dalla fame. La ripetizione dello sbarco-spettacolo doveva emendarlo dei suoi dettagli errati o difettosi. Un giornalista e testimone spiegava:
«Tutto quello che sta accadendo in Somalia e che avverrà nelle prossime settimane è uno show militar-diplomatico […] Una nuova epoca nella storia della politica e della guerra è cominciata davvero, nella bizzarra notte di Mogadiscio […] L’ “Operazione Speranza” è stata la prima operazione militare non soltanto ripresa in diretta dalle telecamere, ma pensata, costruita e organizzata come uno show televisivo» (Zucconi 1992).

Mogadiscio era il pendant di Timisoara. A pochi anni di distanza dalla rappresentazione del Male (il comunismo che finalmente crollava) faceva seguito la rappresentazione del Bene (l’Impero americano che emergeva dal trionfo conseguito nella guerra fredda). Sono ormai chiari gli elementi costitutivi della guerra-spettacolo e del suo successo.
Domenico Losurdo
(Tratto da Voltairnet.org)


*Professore di storia della filosofia dell’università di Urbino (Italia). Dirige dal 1988 la Internationale Gesellschaft Hegel-Marx für Dialektisches Denken, ed è membro fondatore dell’Associazione Marx XXIesimo secolo. Ultimo libro pubblicato: La non-violenza, Una storia fuori dal mito (Laterza, 2010).

Riferimenti bibliografici

Giorgio Agamben 1995
Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino
Giorgio Agamben 1996
Mezzi senza fine. Note sulla politica, Bollati Boringhieri, Torino
Dan Bilefsky 2009
«A rumor that set off the Velvet Revolution», in International Herald Tribune del 18 novembre, pp. 1 e 4
Jean-Luc Domenach, Philippe Richer 1995 La Chine, Seuil, Paris
François Fejtö 1994 (em colaboração con Ewa Kulesza-Mietkowski) La fin des démocraties populaires (1992), tr. it., di Marisa Aboaf, La fine delle democrazie popolari. L’Europa orientale dopo la rivoluzione del 1989, Mondadori, Milano
Enrico Franceschini 2010
«La Cia girò un video gay per far cadere Saddam», La Repubblica, 28 maggio, p. 23
John R. Macarthur 1992
Second Front. Censorship and Propaganda in the Gulf War, Hill and Wang, New York
Roberto Morozzo Della Rocca 1999
«La via verso la guerra», in Supplemento al n. 1 (Quaderni Speciali) di Limes. Rivista Italiana di Geopolitica, pp. 11-26
Fréderic Saillot 2010
Racak. De l’utilité des massacres, tome II, L’Hermattan, Paris
Jean Toschi Marazzani Visconti 1999
«Milosevic visto da vicino», Supplemento al n. 1 (Quaderni Speciali) di Limes. Rivista Italiana di Geopolitica, pp. 27- 34
Franco Venturini 2013
«Le vittime e il potere atroce delle immagini», in Corriere della Sera del 22 agosto, pp. 1 e 11
Vittorio Zucconi 1992
«Quello sbarco da farsa sotto i riflettori TV», in La Repubblica del 10 dicembre

giovedì 17 ottobre 2013

FINIREMO COME IL CAVALLO QUANDO ARRIVO' IL TRENO

S'intitola Inequality for All il film-documentario che in questi giorni porta nelle sale cinematografiche d'America le lezioni universitarie in cui Robert Reich (docente di Berkeley ed ex ministro del Lavoro di Bill Clinton) denuncia gli effetti sociali dirompenti dell'accentuazione delle diseguaglianze che si è verificata negli Usa: un fossato tra ricchi e resto della società di una profondità mai vista dagli anni Venti del Novecento.

E, mentre Barack Obama promette di dedicare ciò che resta della sua presidenza alla creazione di posti di lavoro e a ridare fiato a un ceto medio che sta scomparendo, Sidney Blumenthal spiega che i democratici imposteranno la campagna presidenziale del 2016 proprio sulle diseguaglianze.

Secondo il consigliere della Casa Bianca negli anni di Bill Clinton, che ora lavora al fianco di Hillary, la probabile candidata di quelle elezioni, il fronte progressista punterà proprio sulla battaglia contro le diseguaglianze in un'America sempre più divisa tra un ceto benestante e una società di massa a reddito medio-basso - o addirittura alle soglie dell'indigenza - senza più nulla in mezzo.

Negli Stati Uniti non è solo la sinistra a mettere sotto i riflettori la questione della crescente divaricazione tra ricchi e poveri: nelle librerie è appena arrivato Average is Over, un saggio di Tyler Cowen nel quale l'economista della George Mason University - geniale, provocatorio, di certo non progressista - disegna scenari futuri allarmanti nei quali i ceti intermedi, come suggerisce il titolo, scompaiono.

Più precisamente: si allarga sempre più il divario tra il 10-15 per cento della popolazione che, svolgendo professioni non intaccate dall'automazione o avendo imparato e dominare le macchine e a migliorarne il rendimento, vivrà in condizioni di grande benessere e tutti gli altri. Gli altri sono quelli che troveranno impieghi negli interstizi della società robotizzata o che svolgeranno lavori, come quelli degli infermieri, che le macchine non riescono a sostituire ma non richiedono una grande qualificazione.

Una grande massa di cittadini dovrà imparare a vivere in modo più austero. Un destino al quale, secondo Cowen, è inutile ribellarsi e col quale anche i meno fortunati impareranno a convivere, scoprendo che la frugalità ha anche aspetti positivi. Sarà una società diversa, sempre più meritocratica, anzi «ipermeritocratica», mentre la memoria del mezzo secolo di rapida crescita, welfare generoso e prosperità, in Occidente dopo la Seconda guerra mondiale, si appannerà sempre più. Fino a quando quell'epoca sarà catalogata come una sorta di incidente della storia, felice ma insostenibile e quindi irripetibile.

Uno scenario cupo, che per fortuna altri analisti non condividono (non fino in fondo, almeno). Ma è un fatto che improvvisamente le voci un tempo isolate di chi da anni prevede una crescente polarizzazione dei redditi e una sostanziale sparizione del ceto medio, sono diventate mainstream in America. Com'è maturato questo cambiamento di prospettiva? E che tipo di risposte politiche possono essere elaborate, ammesso che in un campo come questo i governi abbiano significativi margini di manovra?

Fino a qualche tempo fa, l'opinione prevalente era che le difficoltà nelle quali si dibattono quasi tutti i Paesi industrializzati fossero legate, oltre che alla crisi finanziaria planetaria del 2008, a una globalizzazione che ha creato di certo nuove opportunità, ma ha anche provocato un trasferimento di ricchezza senza precedenti dall'Occidente ai Paesi emergenti, soprattutto quelli dell'Asia.

La tecnologia non aveva un ruolo centrale in queste analisi: la nuova economia digitale veniva vista come un fattore che da un lato crea problemi sociali quando i robot sostituiscono gli uomini, ma dall'altro aumenta l'efficienza del sistema, producendo nuova ricchezza e, quindi, maggiori occasioni di lavoro. In fondo, ragionavano i «tecno-ottimisti», nel 1790 il 93 per cento degli americani viveva di agricoltura. Duecento anni dopo, nel 1990, la quota dei contadini era scesa al 2 per cento, eppure gli Stati Uniti erano un Paese di incredibile prosperità, che aveva raggiunto il pieno impiego.

Meglio, quindi, non fasciarsi la testa: potremmo essere entrati in una nuova era di «distruzione creativa». Come quando il motore a vapore mandò in pensione il cavallo come mezzo di trasporto e l'economia che gli era cresciuta intorno. Ma il cavallo di ferro - la locomotiva con le sue reti ferroviarie e le fabbriche costruite vicino ai binari - ha alimentato una nuova e ben più vasta economia: lavori qualificati o umili ma comunque numerosi e pagati, in media, assai più di quelli dei braccianti agricoli.

Pian piano ci si è, però, resi conto che nell'epoca del rapido sviluppo delle tecnologie digitali, nei Paesi industrializzati il motore della creazione di posti di lavoro si è inceppato. È un dibattito che abbiamo raccontato nei mesi scorsi anche sulla «Lettura»: dalle analisi di Robert Gordon della Northwestern University (le tecnologie digitali, leggere e virtuali, non creano tanto lavoro quanto le rivoluzioni precedenti - vapore, elettricità, motore a scoppio - che hanno fatto nascere nuovi universi industriali) a Race Against the Machine, l'ormai celebre saggio di Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee del Mit di Boston.

Negli ultimi mesi però sono emerse nuove analisi più focalizzate sugli effetti che la rivoluzione digitale sta avendo sulla distribuzione del reddito. Noah Smith, giovane economista della Michigan University e attivissimo blogger, ha concentrato la sua attenzione sul cambiamento della distribuzione del reddito tra capitale e lavoro in un saggio pubblicato da «The Atlantic»: «Durante quasi tutta la storia moderna i due terzi della ricchezza prodotta è servita per pagare i salari mentre il terzo rimanente è andato in dividendi, affitti e altri redditi da capitale».

Ma dal 2000 - quindi ben prima della crisi prodotta dal crollo di Wall Street del 2008 - le cose sono cambiate: «La quota del lavoro ha cominciato a calare stabilmente fino ad arrivare al 60 per cento, mentre i redditi da capitale sono cresciuti».

La causa, secondo Smith, va ricercata nella tecnologia: «In passato il progresso tecnico ha sempre aumentato le capacità dell'essere umano: un operaio con una motosega è più produttivo di uno che lavora con una sega a mano. Ma quell'era è passata. La nuova rivoluzione, quella dei computer e delle tecnologie digitali, riguarda le funzioni cognitive, non l'estensione delle capacità fisiche. E una volta che le capacità cognitive dell'uomo sono sostituite da una macchina, diventiamo obsoleti come i cavalli» nell'era del motore a vapore.

Ancora più interessante, forse, l'analisi di un altro docente del Mit di Boston, David Autor, dai cui studi emerge che i computer, capaci di sostituire anche lavoratori con mansioni piuttosto complesse, ma con una elevata componente di routine, lasciano all'uomo i mestieri non routinari che sono essenzialmente di due tipi: «In alto ci sono i lavori astratti, quelli che richiedono intuito, creatività, capacità di persuadere e risolvere problemi. Sono i lavori di manager, scienziati, medici, ingegneri, designer.


Dall'altro lato troviamo i lavori manuali che richiedono interazioni, capacità di adattamento e osservazione, saper riconoscere un linguaggio: preparare un pasto, guidare un camion in città, pulire una stanza d'albergo. Questi lavori non vengono sostituiti dai computer, ma non richiedendo grosse competenze professionali, in genere sono pagati poco. Meno di molti mestieri spariti con l'automazione.

Un processo tutt'altro che esaurito con i robot al lavoro nelle fabbriche di tutto il mondo che ormai si contano in milioni. Un recente e dettagliatissimo studio della Oxford University che ha esaminato in profondità, uno per uno, 72 settori produttivi, giunge alla conclusione che quasi la metà dei lavori ancora svolti dall'uomo (il 47 per cento, per la precisione) verrà prima o poi sostituito dalle macchine.

Più ottimista di Gordon, che teme un futuro di disoccupazione di massa, Autor pensa che il mercato del lavoro si allargherà comunque a nuove attività che oggi non immaginiamo: la computerizzazione della società potrebbe anche non ridurre il numero complessivo dei posti di lavoro, ma ne degraderà la qualità (e quindi il reddito). Le sue conclusioni, alla fine, non sono molto diverse da quelle di Cowen: crescente polarizzazione dei salari, divaricazione abissale tra le classi sociali.

Come evitare questa trappola? Dovrebbe essere questa la sfida alla quale i politici dedicano la maggiore attenzione. Invece, scrive sul «New York Times», Stephen King (il capo economista del gigante bancario Hsbc, non lo scrittore, anche se le sue analisi, ironizza qualche suo collega, sono da romanzi horror), «i governi si limitano a pregare perché arrivi una forte ripresa: preferiscono optare per l'illusione perché la realtà è troppo cupa».

Per adesso a «sporcarsi le mani» col tentativo di individuare soluzioni sono soprattutto gli economisti. Con risultati non entusiasmanti. Quelli di idee progressiste non credono che un aumento delle disparità sia alla lunga sostenibile e temono per la tenuta delle democrazie, a differenza di Cowen che prevede un adattamento all'ineluttabile in un mondo che non si ribellerà e, anzi, sarà sempre più conservatore (come conservatori sono, già oggi, gli Stati Usa più poveri, non i più ricchi).

Noah Smith vuole stimolare la moltiplicazione delle piccole aziende per rendere il maggior numero possibile di lavoratori imprenditori di se stessi e immagina un meccanismo di compensazione del trasferimento di ricchezza dalla manodopera alle imprese: un portafoglio di azioni di società quotate da consegnare a ogni cittadino al compimento del diciottesimo anno. Una sorta di polizza assicurativa per proteggere l'individuo dall'impatto dei robot sul mercato del lavoro.

Autor pensa, invece, ad uno sforzo per estendere il raggio dei mestieri che richiedono intuito e discrete capacità professionali - dall'infermiera capace anche di aggiornare la terapia di un diabetico agli idraulici e gli elettricisti capaci di ridisegnare una rete - in modo da ricreare uno spazio intermedio per un ceto di quelli che chiama i «nuovi artigiani».

Altri, come il tecnologo-visionario Jaron Lanier, pensano a una redistribuzione della ricchezza prodotta dalla civiltà di Big Data : i grandi gruppi dell'economia digitale, che mettono da parte ricchezze immense grazie alla loro capacità di accumulare e analizzare un volume enorme di informazioni, dovrebbero effettuare micropagamenti con meccanismi automatici a tutti noi quando utilizzano i dati che immettiamo in Rete.


Tutte idee intelligenti, che cercano di immaginare un riequilibrio basato, per quanto possibile, su meccanismi di mercato, ma che difficilmente possono essere risolutive. La sfida della politica è proprio questa: in fondo, quando mezzo secolo fa si immaginava un mondo nel quale avremmo lavorato poche ore alla settimana, si dava per scontato che le macchine avrebbero sostituito l'uomo, ma si pensava anche che dei frutti della loro maggior produttività avrebbero beneficiato più o meno tutti.


All'inizio del XXI secolo il problema è ancora quello: favorire una redistribuzione almeno parziale senza ricadere nel dirigismo e negli eccessi di statalismo le cui ustioni sono ben visibili sulla pelle delle società occidentali, specie quella italiana.

Massimo Gaggi per "La Lettura" del Corriere della Sera
Fonte: www.corriere.it

mercoledì 16 ottobre 2013

SUL PROGRESSISMO, ‘IL FALSO IDEALE’.

Quanto mai opportuno è apparso un paio di anni fa il volume di Pierre-André Taguieff, Les contre-réactionnaires. Le progressisme entre illusion et imposture (Denoël, Paris 2007), un essai il cui autore – uno storico francese delle idee, politologo e direttore di ricerca presso il Centre National de la Recherche Scientifique, già noto per i suoi studi sull’antisemitismo – affronta a viso aperto (dopo peraltro essere stato oggetto di attacchi ingiustificati insieme con altri autorevoli pensatori suoi connazionali) e dall’interno i postulati dell’attuale conformismo intellettuale dominante, l’ideologia del progresso ovvero il “progressismo”.

Taguieff descrive ovviamente le teorie di coloro che fanno risalire l’ideologia del progresso ad una versione secolarizzata del concetto cristiano di Provvidenza, ossia ad una filosofia che poneva il destino dell’umanità in un avvenire di felicità e perfezione al termine del corso della storia, ma egli considera anche l’atteggiamento “neo-gnostico” di quei gruppi che pretendono di detenere la verità sul corso della storia e squalificano automaticamente come “reazionari” tutti coloro i quali non rientrano nello schema prefissato. Sin dai tempi di Robespierre, chiarisce Taguieff, il “terrorismo”, anche solo intellettuale ma non per questo meno dannoso, è un’arma che i detentori del Progresso, schierati politicamente a “sinistra”, hanno brandito verso chi veniva identificato come “nemico”, posto al bando del consorzio civile e definito via via come “reazionario”, “passatista”, “arcaico”, laddove il “reazionario” tende a venir confuso col conservatore (con una sfumatura peggiorativa) e a  indicare volta per volta  chi resiste al progresso, al cambiamento, alla modernità, chi rifiuta il nuovo, chi sarebbe “ripiegato su se stesso”, chi non si entusiasma neanche per “le riforme”, chi è freddo davanti alle promesse di un mondo migliore, chi infine vuol tornare al passato. Il reazionario sarebbe uno che rifiuta un inevitabile che non può essere che desiderabile. L’inevitabile in arrivo può essere sotto forma di rottura rivoluzionaria o sotto quella di evoluzione modernizzatrice: in quest’ultimo caso, l’imperativo categorico della Modernità è “siate moderni”, o ancora “siate del vostro tempo”.

In Francia il movimento “verso sinistra” e verso il Progresso inizia negli anni successivi al 1830, ma va incontro a una complicazione: chi si dichiara progressista rischia sempre di trovare qualcuno che lo accusa di non esserlo abbastanza e di essere lui il vero progressista. Sarà quello che faranno nel Novecento i comunisti nei confronti dei socialdemocratici “traditori”. Nel 1955 Jules Monnerot propose una definizione di “sinistrismo” come «una sorta di ortodossia sentimentale che sostituisce a categorie chiare e distinte come quelle di utile o di nocivo rispetto a un certo fine prefisso, oppure di bene o di male in riferimento ai comandamenti del Decalogo, del Discorso della Montagna e delle morali che ne derivano, la distinzione come opposizione di ciò che è reazionario e ciò che è progressista» (p. 448). I comunisti posero tutti i loro avversari dentro la categoria di “fascismo” visto come strumento della Reazione “capitalista” e “borghese” anziché, come ormai la storiografia più avveduta ha già mostrato, un esempio di Rivoluzione esso stesso. Da allora inizia quella dilatazione del concetto di “fascismo” che, dopo aver inglobato anche il nazionalsocialismo che però aveva origini e fini del tutto diversi, è stato astratto dalla parabola storica del fascismo storicamente concreto, quello italiano del 1922-1945, ed esteso sino ad oggi a tutte quelle realtà politiche e culturali che, in Francia come nel resto del mondo, venivano accusate di usare la violenza in politica e di propugnare una dittatura di tipo conservatore o reazionario o controrivoluzionario, ma anche usato come minaccia nei confronti della “destra”.

Il “fascista” – termine ormai divenuto un insulto corrente – era automaticamente il tipo violento e intollerante ma anche colui che criticava le ideologie di matrice comunista o “di sinistra” o semplicemente qualche aspetto della società democratica di massa. Nel dibattito intellettuale francese degli anni seguenti al 1968 l’uso del termine “fascista” per screditare pensatori e politici di diversa estrazione divenne dilagante, tanto più che, in anni più vicini a noi, alcuni storici, ad esempio Zeev Sternhell, tendevano a rintracciare le origini del movimento fascista in certi personaggi della vita politica e culturale francese a cavallo tra Ottocento e Novecento, con effetti anacronistici. Taguieff viceversa ricorda il dibattito storiografico che ha chiarito come le origini del fascismo vero e proprio, quello italiano, andassero cercate non nella “reazione” ma nel repubblicanesimo rivoluzionario. Ovviamente l’autore ha buon gioco nel commentare che, se “fascismo” fosse solo uso della violenza a sostegno di una dittatura spietata, allora anche i regimi comunisti sarebbero fascisti. Il crollo del blocco sovietico dopo il 1989 non ha però impedito che certi temi della propaganda comunista da allora assumessero una nuova veste, sempre progressista e intollerante con taluni ma accondiscendente con altri. Se ne sono recentemente fatti portavoce addirittura attori cinematografici in cerca di una “causa” per farsi notare, comici televisivi, calciatori: quel mondo che Taguieff chiama ”istrionismo moralizzatore”.

La “vulgata antifascista”, secondo lo studioso francese, fa parte di un vasto sistema di luoghi comuni e di slogan sostituitivi di un autentico pensiero politico a sinistra e all’estrema sinistra: dopo il fallimento del comunismo e l’indebolimento del modello socialdemocratico né lo Stato-provvidenza né quello che controlla tutto potevano più valere come modelli esaltanti. Perciò, in quanto modo di stigmatizzare e dichiarare l’illegittimità di qualcosa o qualcuno, la “vulgata antifascista” non ha più un contenuto ideologico preciso ma si riduce a un atteggiamento di rifiuto, sovente violento e intimidatorio, applicato a senso unico verso e contro la destra, vista come potenzialmente suggestionabile da “fantasmi interni” identificati nell’”estremismo” e nel “neofascismo”.

Abbiamo oggi un “antifascismo senza fascismo”: l’antifascismo strumentale dei comunisti sovietici è divenuto ormai una cultura politica “di sinistra” suscettibile di essere ristrumentalizzata in diversi contesti. Un esempio sono quelle espressioni di un immaginario “giovanilista” _ del genere “i giovani salveranno il mondo” – in cui si è rifugiata la speranza messianica degli orfani del comunismo, in curiosa sintonia con quell’esaltazione della giovinezza che era patrimonio anche del fascismo e del nazionalsocialismo. Un’altra vistosa eredità è la tendenza a sospettare di chi non ripete le parole d’ordine o gli slogan ufficiali, nonché la descrizione del mondo in termini bipolari mediante la cancellazione della memoria e l’uso di una lingua artificiale che deforma e mistifica la realtà. Questa eredità comunista si è fusa magnificamente negli anni Novanta del secolo scorso con i frutti del “politicamente corretto” americano, in cui si può del pari riconoscere una manifestazione del processo di “moralizzazione forzata” della politica con la sua ossessione di denunciare chi contravviene al cosiddetto “rispetto delle minoranze”.

L’inserimento nel “progressismo antifascista” della “lotta contro il razzismo” diviene non più solo un tema commemorativo delle vittime del genocidio hitleriano o uno spauracchio contro un ipotetico rinascente “neonazismo”, ma un appiglio per condannare la “xenofobia” verso gli immigrati africani e arabi, più ancora per sostenere un diritto all’immigrazione incontrollata di queste popolazioni verso i Paesi europei. Taguieff innanzitutto chiarisce l’opportunità di una distinzione tra il discorso ideologico sulle razze umane da un lato e, dall’altro, l’incitamento all’odio o alla violenza nei riguardi di gruppi percepiti come razziali o etnici. Il primo è un frutto dello “scientismo” e del “naturalismo” che si sono sviluppati nella cultura europea a partire dal secolo XVIII. L’”evoluzionismo” ha contribuito alla classificazione gerarchica di gruppi umani reputati “primitivi” o “civili”, ma bisogna porre attenzione a non cadere in anacronismi intravedendo preannunci di nazismo in tutti coloro che riflettevano sulla diversità umana, così come un razzismo di sfruttamento come quello degli schiavisti non coincide con un razzismo di sterminio come quello dei nazisti. Peraltro Taguieff cita Léon Poliakov laddove riconosceva che la dottrina cristiana dell’unità del genere umano costituiva un potente ostacolo allo sviluppo di un razzismo ideologico coerente e sistematico.

Il nuovo “pensiero unico” sviluppatosi a partire dal1990 havisto, secondo l’autore francese, due tappe. Il contenuto politico-ideologico della prima versione consisteva nella celebrazione festosa della “mondializzazione”, nell’elogio del liberismo economico, nella visione messianica dell’inizio di un’era postnazionale (un insieme di individualismo e cosmopolitismo) e del “governo mondiale”, con la previsione della fine degli Stati territoriali e del “nazionismo”, l’europeismo militante e un certo filoamericanismo. Il Progresso, in questo caso, era rappresentato dall’estensione planetaria della globalizzazione degli scambi accompagnata dall’eliminazione di tutti gli ostacoli locali, nazionali, regionali. La seconda fase del “pensiero unico”, a partire dal 2000-2001, vede come motore la tendenza “antimondialista”, poi “altromondialista”, legata a un ritorno dell’antiamericanismo radicale, comparabile a quello della guerra fredda, e dell’”antisionismo”. In questo caso si demonizza il liberismo e riprendono vigore gli orientamenti antiamericani e antioccidentali incarnati da nuove figure di leader “terzomondisti”. Ritorna anche il tema della “resistenza” all’”imperialismo” ovvero all’”impero”, ma con una bizzarra ambiguità. Mentre da una parte si demonizzano i nazionalismi delle vecchie nazioni europee, assimilandoli sistematicamente alla xenofobia e al razzismo, dall’altra parte si celebrano i nazionalismi al di fuori dell’Europa perché vorrebbero “resistere all’arroganza occidentale”, oppure certi micronazionalismi separatisti, presentati come forze di “liberazione”. A questo punto si inserisce la compiacenza nei confronti dell’Islam, interpretato come “religione dei poveri” e degli “esclusi”, dunque delle “vittime”, che cercano di resistere all’”arroganza occidentale”. Nasce da qui quello che Taguieff chiama “islamo-progressismo”, che secondo lui – ma in questo risente molto della realtà francese – ha portato all’ostilità versola Serbiadi Miloševic e che porta in ogni caso al partito preso a favore dell’immigrazione extraeuropea.

Una “vulgata immigrazionista” si è affermata all’interno del nuovo pensiero unico. Innanzitutto si dà per certo che l’immigrazione sia fatalmente inevitabile, e in questo modo la previsione si autorealizza. Se l’immigrazione è ineluttabile, i politici non sono titolati ad intervenire per regolarla, tanto più che essa ha connotazioni progressiste provvidenziali. Implica l’apertura delle frontiere, connessa all’auspicato avvento di un mondo unificato e “meticcio” (la “neoreligione della Diversità” e dell’”Altro” che va accettato ad ogni costo), in cui tutta l’umanità vivrà in una condizione di pace, felicità e nomadismo indifferenziato. Si afferma che l’immigrazione porterà a una grande crescita economica e si cita l’esempio degli Stati Uniti, tacendo però quello del Giappone, il cui sviluppo economico non è dovuto a manodopera straniera. L’arrivo di nuova popolazione invertirebbe il declino demografico dei paesi europei, ma a questo riguardo si può obiettare che lo stesso risultato potrebbe ottenersi con una politica a favore delle famiglie numerose autoctone: questo argomento, però, non è gradito, perché si scontra con i pregiudizi sulla famiglia come “istituzione arcaica”. Gli antiliberisti dichiarati, nemici del laissez-faire in economia, propugnano paradossalmente il laissez-faire totale in materia d’immigrazione, i cui effetti negativi si sommano dunque a quelli dell’assenza di una politica familiare in grado di limitare gli effetti perversi sulla coppia della contraccezione e della “liberalizzazione” sessuale. Infine si ricorre alla colpevolizzazione dell’Occidente per la sua “ricchezza scandalosa”, e qui, osserva Taguieff, entra in gioco una versione pauperista del Cristianesimo. Più sottile è l’atteggiamento di indiscriminata apertura all”Altro” che poggia, oltre che su un rifiuto di se stessi, sul rigetto del concetto stesso di giudizio, visto come un distinguere e gerarchizzare In realtà, chiarisce lo studioso francese (pp. 573-574), conoscere è distinguere, e allora per i progressisti la conoscenza stessa diviene sospetta: il voler conoscere in maniera oggettiva il fenomeno dell’immigrazione, per organizzare una politica di flussi migratori, diventa per i progressisti  “razzismo”. L’utopia immigrazionista prende il posto di quella comunista: non potendo più “cambiare l’uomo”, si pensa di poter cambiare uomini. I neorivoluzionari, non potendo più contare sulla Rivoluzione purificatrice per compiere i loro sogni messianici, si contentano di puntare sulla decomposizione delle strutture politiche e sociali – cominciando da famiglia, scuola e nazione – in vista dell’abolizione di tutti i limiti. Commenta Taguieff: «Se non vi è vita propriamente umana senza rispetto dei limiti, allora si può riconoscere in questo desiderio di indifferenziazione l’espressione di uno spirito di vendetta contro la vita» (p. 576).

Il mondo senza frontiere verrà governato dal diritto internazionale che prenderà il posto della politica e degli Stati e difenderà le loro “vittime”: curiosamente, però, questo anelito di giustizia non si manifesta nei riguardi di Paesi comela Coreadel Nord,la Birmania, Cuba. Il “mondo possibile” tanto atteso si rivela un mondo “post-conflittuale”, dove il “dialogo” ha preso il posto dei conflitti (“la guerra è il male”) e le differenze sono regolate dal diritto, in definitiva un mondo “post-istorico”, la “fine della Storia”, l’espressione di un desiderio di “uscire dalla Storia”. Il “compassionismo umanitario”, la “mitologia vittimaria” e il nuovo utopismo giudiziario costituiscono, a giudizio dello studioso francese, i tre pilastri dell’ultima metamorfosi dell’antifascismo comunista, frammisto con il “neocristianesimo”, una specie di moralismo ridotto alla difesa dei “diritti dell’uomo” senza considerazione per i diritti e i doveri del cittadino. L’appello ripetuto alla “resistenza”, che echeggia la tradizione della modernità liberaldemocratica (resistenza all’oppressione come diritto fondamentale dell’uomo e del cittadino) e il ricordo della Resistenza all’occupante nazista, è divenuto il sostituto della volontà di rivoluzione. Dopo il 1989 il crollo del comunismo sovietico ha paradossalmente aperto un periodo in cui l’utopismo rivoluzionario non ha più smentite concrete dalla realtà e così una nuova moda “neocomunista”, al di fuori degli apparati costruiti su modello sovietico, si diffonde nei Paesi occidentali. I suoi aspetti sono molteplici ma tendono a raggrupparsi intorno al movimento “antimondializzazione”. La rivolta, la protesta, la cosiddetta disobbedienza civile, l’insubordinazione sono atteggiamenti che accompagnano un rifiuto del mondo quale è ma ormai mancano di un progetto di riorganizzazione sociopolitica alternativo; resta però il potenziale “utopico” dell’ideologia rivoluzionaria, riassunto nel celebre slogan: “Un altro mondo è possibile” (l’utopia, commenta Taguieff, non è mai così bella come quando non è al potere: p. 415).

Particolarmente acuto è lo “sguardo antropologico” (p. 597) che lo studioso francese getta sull’evoluzione dei costumi nel mondo occidentale: accanto al vecchio conformismo “di gruppo”, centrato sulla norma di conformarsi a un modello sociale, s’è sviluppato dopo il 1960 un nuovo conformismo legato alla “rivoluzione individualizzante”, un individualismo, nato col Romanticismo alla fine del XVIII secolo, che pretende di “esprimere l’autenticità” di ciascuno. A partire dagli anni Sessanta-Settanta del Novecento la “cultura dell’autenticità” si fonde col consumismo di massa e una cultura giovanile autonoma, fondata sul principio “essere se stessi”, e assume sempre più una connotazione edonista. Ciascuno vuole “essere se stesso” e perciò tutti sono alla ricerca della propria “autenticità”. Lungi dall’opporsi alle norme ugualitarie, la “cultura dell’autenticità” entra in sincretismo con esse, favorendo la comparsa di una nuova forma di egualitarismo sulla base dei valori/norme del narcisismo – che non escludono un mimetismo sociale: piacersi e/per piacere – uniti con quelli dell’individualismo edonista.

Molti altri sono i passaggi con cui Taguieff descrive il conformismo ufficiale, che ad esempio maschera l’”antisionismo” con la lotta “contro il razzismo e l’antisemitismo”, si nutre di campagne permanenti contro nemici veri o presunti (si vedano i rituali attacchi all’”islamofobia” o all’”omofobia”, categorie, precisa lo studioso francese, “incoerenti e inconsistenti” che servono solo a squalificare ogni critica alle tradizioni islamiche o alle lobby omosessuali: p. 604) mentre mostra meno attenzione a combattere le discriminazioni verso i vecchi handicappati, tutto centrato sull’esaltazione di “giovani” che professano un antiamericanismo radicale ma sono americanizzati in senso cosmopolita-di sinistra nelle loro apparenze e nei loro atteggiamenti e ideali. Il pensiero ufficiale contemporaneo si presenta e si legittima come lotta contro le figure del Male assoluto, che esso pretende di svelare e abolire: una forma di conoscenza che salva e libera, e in ciò ha una natura gnostica. I suoi valori supremi si riassumono nella triade: cambiare, scambiare, mescolare. Da ciò anche l’appello insistito al “dialogo” e alla “tolleranza”, al “dialogismo” senza limiti che, tradotto in termini politici – e qui Taguieff cita Donoso Cortès (p. 607) – diviene “discussione perpetua”.
(Luca Pignataro)

Fukuyama: La fine della storia.

 di Carlo Porta

Francis Fukuyama
Nell’estate del 1989 esce su "The National Interest" un articolo di Francis Fukuyama che fa discutere a lungo. L’intervento viene seguito tre anni dopo da un libro che ne sviluppa le tesi. A partire da una riflessione sui fatti del 1989 (e non solo), lo studioso americano di origine giapponese sostiene che:
  1. negli ultimi anni in moltissimi paesi emerge il consenso sul fatto che la democrazia liberale è il migliore sistema di governo possibile. "Dall’America Latina all’Europa orientale, dall’Unione sovietica al Medio Oriente ed all’Asia, negli ultimi tre decenni i regimi autoritari non hanno più retto" (Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, 1996, p. 11) [
  2. spesso una evoluzione economica apportatrice di prosperità secondo i principi del libero mercato precede o segue l’evoluzione politica;
  3. la democrazia liberale può costituire "il punto di arrivo dell’evoluzione ideologica dell’umanità" e la "definitiva forma di governo tra gli uomini". Quest’ultima va intesa come "la sola aspirazione politica coerente per regioni e culture diverse dell’intero pianeta" (Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, 1996, p. 11). Essa sembra immune dai difetti e dalle contraddizioni di altre forme di governo, come la monarchia ereditaria, il fascismo e il comunismo;
  4. la superiorità della democrazia sta nel fatto che essa garantisce all’uomo ciò che egli più desidera: venir riconosciuto da altri esseri umani come qualcuno che ha un valore incommensurabile, come portatore di una dignità che lo accomuna a tutti gli altri uomini. Qui Fukuyama cita più volte la Fenomenologia dello spirito di Hegel a proposito della lotta per il riconoscimento nella dialettica servo-padrone;
  5. anche la democrazia liberale ha dei problemi, ma si tratta di difetti pratici relativi alla insufficiente attuazione dei suoi ideali di libertà e uguaglianza risolvibili all’interno del sistema, non di contraddizioni teoriche;
  6. la vittoria della democrazia liberale costituisce in un certo senso la "fine della storia": non nel senso che non vi saranno più avvenimenti (e nemmeno che tutti i paesi passeranno in breve tempo alla democrazia), ma in quello che non vi sarà più tensione verso un ideale politico migliore, che non vi saranno più progressi per quanto riguarda i principi e le istituzioni fondamentali. Persino i non democratici sono costretti a parlare - sia pur ingannevolmente - il linguaggio della democrazia*;
  7. storia nel senso di Fukuyama va intesa nell’accezione datagli dal filosofo Hegel, ossia come "processo evolutivo unico e coerente" che abbraccia le esperienze di tutti i popoli in tutti i tempi;
  8. questo processo porta verso una crescente omogeneizzazione delle società umane, a prescindere dalle loro origini storiche ed eredità culturali;
  9. questo processo porta anche a una sostanziale pacificazione delle relazioni politiche e allo stabilirsi di un Nuovo Ordine Mondiale: l’esperienza ci mostra che le democrazie liberali non si fanno guerra tra loro. Qui Fukuyama trova una conferma delle tesi del saggio di Kant su La pace perpetua;
  10. la competizione internazionale si sposta sul piano economico: i conflitti si combatteranno in campi come la conquista dei mercati, o l'innovazione tecnologica.
(Francis Fukuyama, The End of History?, "The National Interest", n. 16, pp. 3-18. Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, 1996)

* La democrazia illiberale
Su 193 paesi dell’ONU si annoverano nel 1998 ben 118 democrazie, che ospitano il 54,8% della popolazione mondiale.
Ma è "vera gloria"? Fareed Zakaria, caporedattore di "Foreign Affairs", rileva la nascita di forme di "democrazia illiberale" che sfuggono ai canoni consueti nella vita politica occidentale. I presidenti eletti approfittano spesso e volentieri del mandato elettorale per imbrigliare la stampa e la televisione, limitare la libertà di parola, porre ostacoli alla libertà di azione dei partiti di opposizione, violare o abrogare la Costituzione, sciogliere parlamenti riottosi.
In simili contesti le elezioni, pur formalmente libere, si riducono a ratificare il possesso del potere da parte dell’uomo forte. Per Zakaria almeno metà delle sedicenti democrazie sono in realtà "democrazie illiberali": tra queste Malaysia, Singapore, Corea del Sud, Taiwan, Thailandia, Bielorussia, Perù, Slovacchia, Sierra Leone, Venezuela, Algeria, Pakistan, Palestina.
In molti stati del pianeta (soprattutto in Asia e in Africa) la democrazia è identificata come un rapporto diretto tra il leader e il suo popolo, che si esprime in forme plebiscitarie e tendenzialmente al di fuori dalla mediazione di partiti e parlamenti.
(Gianni Riotta, Democrazia. Troppi paesi a libertà vigilata, "Corriere della Sera", 22 gennaio 1998)

martedì 15 ottobre 2013

Intervista a Adolf Hitler

di Piergiorgio Odifreddi

Pubblicato sul sito Piergiorgio Odifreddi, gennaio 2005

 
(Trattasi di pungente provocazione culturale, non già di apologia di nazismo. Dati i tempi, ci preme sottolinearlo N.d.R.)



 Adolf Hitler nacque in Austria il 20 aprile 1889, e dedicò la sua vita alla realizzazione del piano politico esposto nel 1924 nel Mein Kampf, "La mia battaglia'', scritto in prigione dopo un fallito tentativo di colpo di stato. Il suo regno di terrore potè iniziare legalmente nel 1933, grazie al 44% dei voti del Partito Nazionalsocialista, e all'8 % del Partito Nazionalista (20,5 milioni in tutto), ottenuti alle elezioni: a dimostrazione del paradosso che un dittatore può anche arrivare al potere democraticamente.
L'espansione del Terzo Reich iniziò nel 1938 con l'annessione dell'Austria, e raggiunse al suo massimo un'estensione da Capo Nord al Sahara, e dalla Normandia al Caspio. La contrazione iniziò nel 1942 con le sconfitte di Stalingrado e di El Alamein, e si concluse il 9 maggio 1945 con l'entrata dei russi a Berlino. Poco prima, il 30 aprile, Hitler si era ucciso con un colpo di pistola nel suo bunker.
Sessant'anni dopo, mentre nel mondo si sta organizzando un Quarto Reich che va dagli Stati Uniti al Mediterraneo, abbiamo parlato del Terzo col sanguinario vegetariano che l'ha comandato per dodici anni.
 
Führer, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale il suo nome è diventato sinonimo del male. Cosa ne pensa?
La storia è sempre stata scritta dai vincitori, e il bene è ciò che sta dalla loro parte. Se avessimo vinto noi, sinonimo del male sarebbe diventati i nomi di Churchill o di Roosevelt.
 

Non crede che ci siano motivazioni oggettive, oltre alla sconfitta? Stalin la guerra l'ha vinta, eppure anche il suo nome è diventato sinonimo del male.
Milioni di persone non l'hanno pensata così, su Stalin, prima e dopo la guerra: quanti russi hanno pianto, quando è morto? Temo che lei non sappia molto nè dello stalinismo, nè del nazismo, a parte ciò che le ammanniscono i Ministeri della Propaganda, del suo paese e di quello che lo comanda.
 
Ministeri della Propaganda? E quali sarebbero i nostri Goebbels?
Per parlarle in termini che lei può capire, se il nostro era il totalitarismo inumano del 1984 di Orwell, il vostro è oggi il totalitarismo dal volto umano del Mondo nuovo di Huxley. I suoi Ministeri della Propaganda sono dunque il cinema e la televisione: se vuole trovare i nuovi Goebbels, li cerchi fra gli Spielberg e gli Zeffirelli, o fra i Murdoch e i Berlusconi.
 
Cosa voleva insinuare, fra l'altro, con quel "paese che ci comanda''? Che l'Italia sarebbe una colonia degli Stati Uniti?
E non lo è, forse? Da quando siete stati occupati, nel 1944, non vi siete più liberati. A tutt'oggi ci sono 125 basi e 35.000 truppe statunitensi in Italia: è indipendenza questa? In Germania, poi, stiamo ancora peggio. Quella che voi chiamate liberazione, fu soltanto la sostituzione di un'occupazione militare a un'altra, meno esibita ma non meno effettiva.
 
Non vorrà negare, però, che il nazismo si è macchiato di crimini contro l'umanità mai visti prima.
Ah, sì? E quali?
 
Anzitutto, lo sterminio di sei milioni di ebrei.
Non dica cretinate. Il mio modello per la soluzione del problema ebraico è stato il modo in cui gli Stati Uniti avevano risolto l'analogo problema indiano: un genocidio sistematico e scientifico dei diciotto milioni di nativi che vivevano nell'America del Nord. Quanti indiani rimangono negli Stati Uniti, oggi? Qualche centinaio, mantenuti in riserve come i bisonti. E quanti ebrei rimangono invece, al mondo? Milioni, e hanno addirittura uno stato tutto per loro: il quale, tra l'altro, sta mostrando di aver imparato la nostra lezione sul come trattare le minoranze etniche.
 
Lei è proprio un senza Dio!
Senza il Dio degli ebrei, magari. Ma avevamo il vostro: non è forse stato Elie Wiesel, premio Nobel per la pace nel 1986, a dire che "tutti gli assassini dell'Olocausto erano cristiani, e il sistema nazista non comparve dal nulla, ma ebbe profonde radici in una tradizione inseparabile dal passato dell'Europa cristiana''? Non senza motivo le mie SS portavano scritto Gott mit uns sulla fibbia della cintura.
 
La Chiesa non la pensa certo così!
Ma se, da quando Rolf Hochhuth ha rotto l'incantesimo con Il vicario nel 1963, non si fa che parlare del silenzio di Pio XII nei confronti di quello che voi chiamate Olocausto! E poi, lei non ha certo letto il mio Mein Kampf, che immagino non sia facile da trovare nelle vostre librerie: se l'avesse fatto, ricorderebbe però che il progetto per il trionfo del nazismo era modellato sulla tenace adesione ai dogmi e sulla fanatica intolleranza che hanno caratterizzato il passato della Chiesa cattolica.
 
In ogni caso, basterebbe a condannarvi il disprezzo per la vita umana di civili innocenti che avete dimostrato durante la guerra.
Questa la vada a raccontare agli abitanti di Amburgo e di Dresda, sui quali avete riversato le "tempeste di fuoco'' che ne hanno ucciso un milione. O a quelli di Hiroshima e Nagasaki, trecentomila dei quali sono stati inceneriti da due bombe atomiche: nessuna propaganda può cancellare il fatto che i "cattivi'' nazisti non hanno costruito queste armi di distruzione di massa, mentre i "buoni'' Stati Uniti le hanno non solo costruite, ma usate!
 
Almeno, non vorrà negare la sua aberrante politica eugenetica.
Perchè mai dovrei negarla? Era un mezzo per ottenere la purezza della razza. Ma non capisco cosa ci trovi di aberrante: la mia legge del 1933, per la prevenzione dei difetti ereditari, era esplicitamente basata sul modello statunitense di Harry Laughlin, al quale noi demmo per questo motivo una laurea ad honorem nel 1936 a Heidelberg. Lo sa, lei, che la prima legge per la sterilizzazione di "criminali, idioti, stupratori e imbecilli'' fu promulgata nel 1907 dall'Indiana? Che fu poi imitata da una trentina di stati americani, e dichiarata costituzionale nel 1927 dalla Corta Suprema? Che negli anni '30 furono sterilizzati 60.000 individui negli Stati Uniti, metà dei quali nella sola California? E che negli anni '50, dopo la guerra, furono castrati 50.000 omosessuali?
 
Non vorrà dire che gli Stati Uniti, il melting pot, sono un paese razzista!
Lei è proprio un ingenuo! Secondo lei, contro cosa manifestava Martin Luther King, ancora negli anni '60? E chi scrisse Il passaggio della Grande Razza nel 1916?
 
Chi?
Madison Grant, amico di Theodore Roosevelt. Quando il libro fu tradotto in tedesco, gli mandai una lettera entusiasta, di cui lui fu molto compiaciuto. E a proposito di Roosevelt, non dimentichi che Pierre van der Berghe, studioso della razza, l'ha messo insieme a me e a Hendrik Verwoerd, l'artefice dell'apartheid sudafricano, nella Trinità del Razzismo del Novecento.
 
Di questo passo, arriverà a dire che gli Stati Uniti furono anche un paese nazista!
Gli Stati Uniti non possono aver seguito il nazismo, perchè l'hanno preceduto e ispirato. In fondo, volevamo entrambi una cosa sola: come cantavano le mie SS, Morgen die ganze Welt. Purtroppo il mondo era quasi tutto nelle mani delle potenze coloniali, e bisognava toglierglielo con la forza. Il "male'' di cui ci hanno accusati era tutto qui: voler fare a loro ciò che essi avevano fatto ad altri. Noi abbiamo fallito, ma gli Stati Uniti stanno portando a termine quello che era il nostro vero progetto: il dominio globale (militare, politico ed economico) del pianeta.
 
E' questa, dunque, l'eredità del nazismo?
L'ha già dichiarato Otto Dietrich zur Linde, il giorno prima della sua esecuzione, nell'intervista rilasciata all'argentino Borges, poi pubblicata col titolo Deutsches Requiem: il nazismo era un'ideologia così ben congegnata, che l'unico modo per sconfiggerla era di abbracciarla. Noi volevamo che la violenza dominasse il mondo, e il nostro scopo è stato pienamente raggiunto. Non abbiamo vissuto e non siamo morti invano.

lunedì 14 ottobre 2013

Di cosa l’Italia deve proprio vergognarsi.


«Vergogna e orrore»: questi termini usa il presidente della repubblica Napolitano a proposito della tragedia di Lampedusa. Più propriamente dovrebbero essere usati per definire la politica dell’Italia nei confronti dell’Africa, in particolare della Libia da cui proveniva il barcone della morte. I governanti che oggi si battono il petto sono gli stessi che hanno contribuito a questa e ad altre tragedie dei migranti.

Prima il governo Prodi sottoscrive, il 29 dicembre 2007, l’Accordo con la Libia di Gheddafi per «il contrasto ai flussi migratori illegali». Poi, il 4 febbraio 2009, il governo Berlusconi lo perfeziona con un protocollo d’attuazione. L’accordo prevede pattugliamenti marittimi congiunti davanti alle coste libiche e la fornitura alla Libia, di concerto con l’Unione europea, di un sistema di controllo militare delle frontiere terrestri e marittime. Viene a tale scopo costituito un Comando operativo interforze italo-libico. La Libia di Gheddafi diviene così la frontiera avanzata dell’Italia e della Ue per bloccare i flussi migratori dall’Africa. Migliaia di migranti dell’Africa subsahariana, bloccati in Libia dall’accordo Roma-Tripoli, sono costretti a tornare indietro nel deserto, condannati molti a sicura morte. Senza che nessuno a Roma esprima vergogna e orrore.

Si passa quindi a una pagina ancora più vergognosa: quella della guerra contro la Libia. Per smantellare uno stato nazionale che, nonostante le ampie garanzie e aperture all’Occidente, non può essere totalmente controllato dagli Stati uniti e dalle potenze europee, mantiene il controllo delle proprie riserve energetiche concedendo alle compagnie straniere ristretti margini di profitto, investe all’estero fondi sovrani per oltre 150 miliardi di dollari, finanzia l’Unione africana perché crei suoi organismi economici indipendenti: la Banca africana di investimento, la Banca centrale africana, il Fondo monetario africano. Grazie a un attivo commerciale di 27 miliardi di dollari annui e a un reddito procapite di 13mila dollari, la Libia è prima della guerra il paese africano dove il livello di vita è più alto, nonostante le disparità, e viene lodata dalla stessa Banca mondiale per «l’uso ottimale della spesa pubblica, anche a favore degli strati sociali poveri». In questa Libia trovano lavoro circa un milione e mezzo di immigrati africani.

Quando nel marzo 2011 inizia la guerra Usa/Nato contro la Libia (con 10mila missioni di attacco aereo e forze infiltrate), il presidente Napolitano assicura che «non siamo entrati in guerra» ed Enrico Letta, vicesegretario del Pd, dichiara che «guerrafondaio è chi è contro l’intervento internazionale in Libia e non certo noi che siamo costruttori di pace». «Pace» di cui le prime vittime sono gli immigrati africani in
Libia che, perseguitati, sono costretti a fuggire [1].

Solo in Niger ne rientrano nei primi mesi 200-250mila, perdendo la fonte di sostentamento che manteneva milioni di persone. Molti, spinti dalla disperazione, tentano la traversata del Mediterraneo verso l’Europa. Quelli che vi perdono la vita sono anch’essi vittime della guerra voluta dai capi dell’Occidente. Gli stessi governanti che alimentano ora la guerra in Siria, che ha già provocato oltre 2 milioni di profughi. Molti dei quali già tentano la traversata del Mediterraneo. Se anche il loro barcone affonda, c’è sempre un Letta pronto a proclamare il lutto nazionale.
Manlio Dinucci*
Fonte
Il Manifesto (Italia)

Note: 
* Manlio Dinucci,Geografo. Ultimi lavori pubblicati: Geocommunity Ed. Zanichelli 2013 ; Geografia del ventunesimo secolo, Zanichelli 2010 ; Escalation. Anatomia della guerra infinita, Ed. DeriveApprodi 2005.
[1] “Il fallimento della NATO in Libia”, traduzione di Alessandro Lattanzio, Rete Voltaire, 29 gennaio 2013.
Il 17 marzo 2011, il Consiglio di sicurezza, con la risoluzione 1973, ha autorizzato la NATO ad intervenire "per proteggere i civili e le aree civili sotto minaccia di attacco in Libia."
Misuriamo il successo della missione della NATO consultando i seguenti dati:
Nel 2010, sotto il "regime di Muammar al-Gaddafi" c’erano in Libia:
- 3.800.000 libici
- 2,5 milioni di lavoratori stranieri
6,3 milioni di abitanti.
Oggi ,
- 1.600.000 di libici sono in esilio mentre ,
- 2,5 milioni di immigrati hanno lasciato il paese per sfuggire alle aggressioni razziste.
Sono rimaste circa 2,2 milioni di persone.
Questi dati non tengono conto del numero di vittime durante l’operazione, la cui valutazione rimane discussa.
Ma personaggi e media che evocano il "successo" della NATO in Libia non si riferiscono al suo mandato legale, assegnato dal Consiglio di sicurezza, ma rivendicano la sua missione occulta per rovesciare il regime."

domenica 13 ottobre 2013

Barack Hussein Obama è un Fratello Mussulmano ?

Malik Obama con il fratello Obama.
Malik Obama, il fratello del Presidente USA, Barack Obama, è un acclarato Fratello Mussulmano.
Gli USA hanno appoggiato questo gruppo fondamentalista (e terrorista) nella sua ascesa al potere in Egitto per poi perdere le staffe quando i militari di quel paese li hanno messi alla porta con un bel calcio nel sedere.
Siamo al ridicolo. Addirittura Al Qaeda annuncia che in Siria ha la disponibilità di un drone (un sofisticato sistema di spionaggio aereo) grazie all'intercessione dei Sauditi e degli Americani (vedi a: http://friendsofsyria.co/2013/10/11/al-qaeda-reported-to-have-drones-funded-by-the-usa/). Ma Al Qaeda non era quella dell'11 settembre? Non era quella assieme ai Talebani contro cui si doveva intervenire in Afganistan? Qui le cose non quadrano...
(Enzo)



Dichiarazione esplosiva della Vice-Presidente della Alta Corte costituzionale egiziana, *Tahani al- Gebali, a riguardo di Obama e suo fratello Malik, " uno degli architetti della strategia di investimento per i Fratelli musulmani." Nonostante la sua " conversione " al cristianesimo, mistero e omertà hanno sempre circondato il passato di Musulmano Nero di Barack Obama. Nel settembre del 2012, credendo di far bene, Madonna chiamò i suoi fan a votare per questo " musulmano nero " perché difende i diritti degli omosessuali. Provocando una polemica, e nonostante il team elettorale di Obama avrebbe potuto passarci sopra, la cantante americana ha dovuto ritrattare la sua dichiarazione " improvvisata ". Che Obama sia musulmano, cristiano, ebreo o buddhista, sono affari sui. Ma che la politica estera della prima potenza mondiale sia talvolta influenzata dalla setta dei Fratelli Musulmani, a volte dal wahhabismo saudita,, questo implica la nazione americana e riguarda gli alleati strategici degli Stati Uniti. E' in questo contesto che la dichiarazione di Tahani al- Gebali, nel mese di agosto 2013, sul primo canale egiziano, Bitna al-Kibir ( video) assume una dimensione particolarmente grave per Barack Hussein Obama. Grave, perché l'accusatore non è un giornalista o un semplice blogger, ma la prima magistrato d'Egitto in cui il New York Times, 3 luglio 2012 aveva dedicato un intero articolo. Ecco la traduzione e accurata trascrizione del suo intervento . 



" Noi non siamo in difesa, ma all'offensiva , ha detto il magistrato ( n.d.t. " magistrata " ) egiziano . " Il fatto è che gli Egiziani abbiano l'audacia di dire che quelli ( Fratelli musulmani ) sono sul banco degli imputati e che devono rispondere delle loro azioni . Faremo rispettare la legge , e gli americani non potranno impedircelo. Abbiamo bisogno di aprire i file e avviare procedimenti giudiziari. L' amministrazione Obama non ce lo può impedire, sanno che hanno sostenuto il terrorismo. Apriremo i file affinché le nazioni interessate siano informate, per mostrare loro come abbiano collaborato con i terroristi . 

Questi Stati che mobilizzano l'opinione internazionale contro l'Egitto sono essi stessi accusati, con i documenti e le prove in possesso dei servizi di sicurezza nazionale. Tali documenti dovrebbero essere resi noti in modo che tutti sappiano chi finanza l'organizzazione islamica mondiale. Quali sono i servizi segreti coinvolti? Dove sono i tedeschi, gli inglesi, i francesi e gli americani? Quanto è stato speso per i Fratelli musulmani per prendere il potere nel mondo arabo ? Chi ci sono dietro gli investimenti che beneficiano l'internazionale islamista? Come è possibile, che, ad esempio, il fratello del presidente Obama, - e questa informazione è un regalo che io faccio al popolo americano - è uno degli architetti della strategia di investimento per conto dei Fratelli Musulmani? Suo fratello è, infatti, uno dei pilastri degli investimenti dei Fratelli Musulmani nel mondo. 

Se la situazione ci obbliga, dovremo mettere in guardia i popoli, perché non vi è un solo popolo al mondo che non ama la pace. Nessun popolo accetterebbe che la suo Amministrazione o il suo presidente, o il suo governo protegga il terrorismo e cerchi di impiantarli in altri paesi, per non parlare dell'utilizzo di denaro pubblico per finanziare l'islamismo. E ' per questo motivo che gli americani non vogliono che i Fratelli Musulmani vengano giudicati in Egitto. " 

D'altronde, Walid Shoebat, ex membro dei Fratelli Musulmani, ha dichiarato, il 5 settembre, a seguito dei propositi del magistrato egiziano, che diverse personalità mediatiche egiziane hanno riferito che Malik Obama, il fratellastro del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, è attualmente sotto inchiesta in Egitto per il suo ruolo, all'interno dell'Organizzazione islamica Dawa ( IDO ), domiciliato in Sudan, così come all'interno dei Fratelli Musulmani in generale. Le denunce sono state depositate al Procuratore Generale, Hisham Barakat, in modo che Malik Obama possa essere posto sulla lista di sorveglianza delle autorità egiziane e interrogato circa il suo ruolo nel finanziamento del terrorismo islamico internazionale .

Da notare che Malik Obama è il segretario esecutivo dell'IDO, il cui obiettivo è quello di promuovere la versione saudita Wahhabita dell'Islam attraverso tutto il continente africano. E'probabile che l'IDO è associato all'International Islamic Council for Dawa and Relief (IICDR), che riunisce 86 organizzazioni islamiche e risiede a Cairo. Il suo segretario generale è Abdullah Omar Nasseef ed è anche presidente della World Islamic Congress, una delle principali organizzazion dei Fratelli Musulmani. Nasseef è stato anche Segretario Generale della Lega islamica mondiale ( un'organizzazione sponsorizzata dall'Arabia Saudita) ed ha co-fondato, nel 1988, con l'ex presidente pakistano Zia-ul-Haq, il Rabita Trust, il braccio finanziario della Lega. Costui è stato messo sotto inchiesta da parte del Senato degli Stati Uniti e in seguito designato dalla Commissione al-Qaeda del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come organizzazione vicina a al-Qaeda.

Il rapporto che Obama intrattiene con il suo fratellastro Malik non è remota, dato che l'uno è stato testimone dell'altro di matrimonio e che Malik Obama si è recato alla Casa Bianca più di una volta. Malik Obama dirige anche la Fondazione Barack H.Obama, che è stata criticata per aver raccolto fondi deducibili d'imposta su Internet, tra il 2008 e il 2011, quando essa non beneficiava dello status richiesto per poterlo fare. Questa situazione è stata regolarizzata nel giugno 2011, a seguito di opportuni interventi, con un bonus, con effetto retroattivo che copre le irregolarità fino al 2008. La famiglia Obama ha anche una seconda fondazione, la Mama Sarah Obama Fondazione. Esso fornisce borse per lo studio della sharia di tre scuole specializzate, in questo settore, in Arabia Saudita: la Scuola Umm al-Qura , l'Università islamica di Medina e l'Università islamica Imam Muhammad bin Saud University di Riyadh.

Ricordiamo, per finire, che Saad al-Shater, il figlio del leader dei Fratelli Musulmani imprigionato, Khairat al-Shater, ha dichiarato, in agosto, che ha le prova capaci di "mandare in prigione Obama ". Aveva affermato, in seguito, che il presidente Barack Obama aveva inviato una delegazione al Cairo per far liberare suo padre ed altre personalità dirigenti i Fratelli musulmani , al fine di impedire la pubblicazione de documenti esplosivi che potevano far incriminare tanto Obama che gli Stati Uniti. Saad al-Shater è stato arrestato dalle autorità egiziane il 28 agosto 2013.

Questi nuovi sviluppi ci permettono di capire meglio perché l'amministrazione Obama si è sforzata, nonostante la promessa formale fatta, nel 2009, da Barack alle famiglie delle vittime dell'11 settembre 2001, di ostacolare gli sforzi di queste famiglie al fine di ottenere la pubblicazione del Capitolo di 28 pagine del rapporto della Commissione d'Inchiesta Congiunta del Congresso che documenta, secondo le informazioni disponibili, il ruolo dell'Arabia Saudita negli attacchi.

Una campagna sempre più mediatizzata sta per emergere al fine di ottenere la pubblicazione di queste 28 pagine, con la recente costituzione di una associazione denominata " Le 11 famiglie unite per mettere il terrorismo in fallimento " (9/11 Families United to Bankrupt Terrorism ). Il gruppo chiede al presidente Obama di mantenere la sua promessa e beneficia del sostegno di due quotidiani della Florida, il Miami Herald ed il Sarasota Herald-Tribune. La richiesta è stata depositata ad un Tribunale federale al fine di costringere l'FBI di ottemperare alle richieste di declassificazione fatte da numerosi personalità ed associazioni sotto l'egida della Legge sull'accesso all' informazione.

Ora, si capisce meglio perché gli interessi sauditi associati alla famiglia Bush hanno trovato, nel 2008, in Barack Obama un alleato affidabile nella difesa dei loro interessi e perché si sono mobilitati, a livello internazionale, che diventa il degno erede di Bush alla Casa Bianca. Il paese che avrebbe dovuto subire la " punizione " degli Stati Uniti, dopo gli attentati dell'11 settembre, non era l'Iraq, ma l'Arabia Saudita.

Ora si capisce anche perché, dopo aver minacciato il generale Abdelfattah Al-Sissi di tagliare i viveri, Barack Hussein Obama ha preferito mantenere un profilo basso. L'accordo: nessuno scandalo e nessuna rivelazione, e in cambio, gli Stati Uniti non contestano la legittimità del nuovo governo egiziano. I principali protagonisti vi troveranno il loro conto... per il momento! Perché il Generale Al-Sissi non è affatto al riparo di malattie improvvise o di un attentato! "

di Karim Zmerli

* Laureata presso l'Università del Cairo, Tahani al-Gebali è stata nominata Vice-Presidente della Suprema Corte Costituzionale nel 2003 da Hosni Mubarak. Fu la prima donna a raggiungere una tale posizione. Dopo la "rivoluzione" egiziana, ha mantenuto il suo posto di lavoro e è persino diventato molto critico nei confronti di Mohamed Morsi, che la ha accusata di vuoler mettere le mani sulla Giustizia egiziana. Il 3 Luglio 2012, David Kirk Patrick, del New York Times ha dedicato un lungo articolo.

http://www.tunisie-secret.com/Barack-Hussein-Obama-serait-il-un-Frere-musulman-video_a645.html